martedì 4 luglio 2017

Charlotte's Web - E.B. White

Ce ne ho messo di tempo, ma devo dire che l'ho letto molto attentamente, anche perché l'ho usato come esercizio di inglese e quindi mi sono soffermata su ogni parola o formula insolita.
Diversi té e biscottini allo zenzero hanno accompagnato la lettura.
Devo dire che non mi ha fatto impazzire. (I biscotti, invece, sì!)

È vero che i ragni non mi sono mai stati simpatici e i maiali non suscitano in me particolari sentimenti, anche se Wilbur è proprio tenero, un bimbetto di quattro anni lo si direbbe, molto personificato, forse troppo.
L'amicizia tra Wilbur e Charlotte non mi è sembrata così esemplare come la si dipinge nelle varie recensioni. I due si aiutano nel momento del bisogno e si fanno compagnia, ma questa amicizia non viene approfondita in alcun modo dall'autore.
Templeton, il topo, è il personaggio negativo del libro e, a mio parere, quello meglio riuscito.
È un ratto di campagna, ingordo, cinico ed egoista, e si presenta esattamente per quello che è. Non delude.
Il personaggio che, invece, mi ha delusa e mi ha lasciata molto insoddisfatta è Fern.
Come ha potuto disinteressarsi così del suo amico nel momento culminante della fiera? Per cosa poi? Per un ragazzino.
Lei che era la bambina per la quale la mamma era preoccupata perché invece di giocare con i compagni passava le giornate ad osservare gli animali della fattoria, lei che poteva sentire i loro discorsi, lei che aveva insistito per allevare personalmente Wilbur, nutrendolo con un biberon, quando suo padre avrebbe voluto eliminarlo alla nascita, dimentica tutto per seguire un ragazzino su una giostra.
Io da questa bambina mi aspettavo di più!
Il colloquio della mamma con il dottore, al quale si era rivolta preoccupata, mi aveva fatto sperare in un carattere originale, alternativo, fuori dalle righe.

 "Mrs Arable fidgeted. - Fern says the animals talk to each other. Dr. Dorian, do you believe animals talk?-
- I have never heard one say anything,- he replied. - But that proves nothing. It is quiete possible that an animal has spoken to me and that I didn't catch the remark because I wasn't paying attention. Children pay better attention than grown ups. If a Fern says that the animals in Zucherman's barn talk, I'm quiete ready to believe her. Perhaps if people talked less, animals would talk more. People are incessant talkers; I can give you my word on that.-"

Invece, a un certo punto, scompare.
Scompare alla fiera dove al momento della premiazione del "suo" maiale non vediamo lei, orgogliosa, al fianco di Wilbur, ma quello sbruffone di suo fratello. Lei è sulla giostra con Henry Fussy, con buona pace della madre e di tutto quello che rappresenta.
L'ordine è stato ricostituito.




E.B. White, Charlotte's web, Harper Trophy Book, New York 1952.

lunedì 15 maggio 2017

Venivamo tutte per mare - Julie Otsuka

Migranti di ieri e di oggi, tutti accomunati dalla stessa speranza e dalla stessa paura nel cuore.
Quando lasci il tuo paese non sai mai esattamente cosa ti aspetta dall'altra parte; e per quanto il tuo paese sia povero, pericoloso o ingiusto, te ne porterai sempre dietro la struggente nostalgia. Forse per le persone che hai lasciato dietro di te, una madre, un padre, una sorella, un amico, forse per la tua casa, il tuo villaggio, un certo cibo, il tepore del sole o lo sferzare del vento, il suono di una lingua che hai sentito fin da prima di venire al mondo, forse per tutte queste cose insieme o per altre ancora, ti accorgerai che la tua terra ti appartiene più di quel che pensassi. E ti troverai a cercarle nel tuo nuovo paese, ti stupirai a sorprenderti a ricrearle, a lottare per la loro sopravvivenza quando gli altri intorno a te sembreranno non curarsene più.
È quello che succede a queste donne giapponesi che si trovano di fronte a figli che parlano una lingua diversa dalla loro, che si vestono e mangiano come degli americani con i quali vogliono confondersi, dalla cui cultura vogliono farsi assorbire.
È quello che succede a queste donne giapponesi sbarcate in massa dopo un viaggio in terza classe su una nave carica di spose ordinate per corrispondenza da uomini giapponesi già emigrati in America e finiti a lavorare in condizioni disumane nei campi di fragole del nuovo mondo. Pare che i Giapponesi fossero molto richiesti in quanto per la loro bassa statura più adatti al lavoro, molto tranquilli, educati e rispettosi, grandi lavoratori. E le loro donne sono anche meglio.
Queste donne partite, alcune poco più che bambine, portandosi dietro la fotografia del futuro marito e la speranza di una vita migliore, tanti dubbi e troppe aspettative, sbarcheranno stordite dal viaggio, si troveranno di fronte un perfetto sconosciuto, meno bello di quanto appariva in foto, più vecchio e più trasandato, magari, sicuramente più povero. Alcune avranno voglia di scappare, di risalire sulla nave e tornare indietro, altre cercheranno di buttarsi in mare e scoppieranno in singhiozzi.
Tutte finiranno per seguire i loro mariti, la loro nuova famiglia. Qualcuna sarà più fortunata di qualcun'altra. Tutte alla fine saranno accomunate da un unico impietoso destino.
Julie Otsuka non ci risparmia niente; il suo racconto è molto crudo dalla prima notte di nozze, al lavoro nei campi o nelle lavanderie, fino alla disfatta finale.
Quello che mi ha colpito in questo libro, e mi ha fatto un po' paura, è il perdersi della singolarità nella sventura comune. La voce collettiva, corale, ingloba e assorbe tutto, non c'è più spazio per l'individuo che compare solo come esempio, dimostrazione, di una verità già annunciata.
E se c'è chi ha detto "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo", qui pare vero il contrario.

lunedì 8 maggio 2017

Un giorno di gloria per Miss Pettigrew - Winifred Watson

Questo è uno dei miei esperimenti di lettura. 
Quando torno in Italia per le vacanze faccio sempre razzia nella biblioteca dei miei genitori, dove sono rimasti una buona parte dei libri accumulati durante gli anni di studio liceale e universitario, e trovo sempre l'occasione di fare più di un giro nelle librerie della città dove faccio scorta di libri in italiano per me e per i bambini.
L'ultima volta, per motivi di spazio e peso dei bagagli a mano, mi sono dovuta limitare. Ero in libreria e dovevo scegliere tra due libri: Un albero cresce a Brooklyn e Un giorno di gloria per Miss Pettigrew. Ho scelto quest'ultimo e mi sa che ho sbagliato. Mi incuriosiva la trama e volevo provare un genere, e un'epoca, un po' diversa dal mio solito. Normalmente leggo o classici dell'Ottocento o letteratura contemporanea, ambientata ai nostri giorni. Con Miss Pettigrew, invece, siamo nella Londra degli anni Trenta. 
La quarta di copertina prometteva una commedia brillante, "un capolavoro di sofisticato umorismo", stando al Guardian. Pensavo di trovarmi di fronte a qualcosa nel genere Bennett, ma non è stato così.
L'entusiasmo è andato scemando rapidamente proseguendo nella lettura.
Continuavo a pensare che probabilmente sarebbe stato un buon canovaccio per una rappresentazione teatrale in stile operetta, ma come lettura non mi ha convinto. Per me è uno di quei libri che lascia il tempo che trova.
Miss Pettigrew è una zitella, istitutrice di professione, ma non molto brava, per sua stessa ammissione, e in condizioni economiche precarie dal momento in cui le è venuto a mancare il lavoro. È una donna piuttosto sciatta, segnata da una vita triste e grigia. Improvvisamente e casualmente, anzi proprio per errore, a dirla tutta, si trova catapultata in un mondo a lei totalmente estraneo. Bussa alla porta di Miss LaFosse, cantante in un night club, e, evento dopo evento, viene risucchiata in un turbine di feste,  aperitivi, cene, schermaglie amorose di cui si trova ad essere l'acclamata risolutrice.
Vive così il suo giorno di gloria, acquistando via via più fiducia in se stessa e uscendo dal grigiore che l'ha accompagnata per tutta la vita.
Il finale, poi, è proprio da commedia da oratorio.

mercoledì 3 maggio 2017

Ritratto in seppia - Isabelle Allende

Anche questa volta la Allende mi ha incantato e mi ha avvolto nella sua tela da affabulatrice.
Amo questo ritmo lento, cadenzato, l'indulgenza nel dettaglio, il rovistare continuo tra i bauli di famiglia e i meandri del pensiero, sempre aggrappandosi a testimonianze, fatti, oggetti, molto concretamente, non con quella tendenza tutta moderna alla tergiversazione, al vagare disordinato dei pensieri.
Mi piace come la precisione del ricordo e del racconto ti portino a visualizzare luoghi e personaggi, a farteli sentire vicini e reali, a farti sognare pur mantenendo gli occhi aperti. Faccio fatica a descrivere questa sensazione, riesco a farlo solo per contrapposizione. Non è il viaggio onirico astratto, fatto di soffi, suggestioni e sollecitazioni, non è nemmeno l'immedesimazione. È piuttosto l'ascoltare un racconto molto interessante, di una persona cara, un'amica forse, è la compassione, nel senso di partecipazione profonda ai sentimenti e alle esperienze dell'altro. È un'esperienza tutta terrena, reale.
Aurora del Valle è figlia di una mamma mezza cinese e mezza americana, bellissima, che muore per complicazioni durante il parto, e di un padre casuale che non vorrà riconoscerla alla nascita.
Gli eventi della vita la portano a vivere nella casa della nonna paterna, Paulina del Valle, una nonna molto sopra le righe, cilena di nascita, trapiantata in California dove il suo straordinario intuito per gli affari, la sua scaltrezza e la sua ambizione la portano a costruire un solidissimo impero economico.
A mio parere è lei la vera protagonista del romanzo, sebbene la voce narrante sia quella della nipote Aurora. È Paulina che muove e intreccia i fili di tutte le storie e tutti i partecipanti.
Paulina, donna indipendente e sfrontata, si trova a doversi occupare di Aurora da un giorno all'altro, quando la nipote ha circa cinque anni. Decide di applicare alla nipote le stesse regole che impiega nei suoi progetti commerciali. Lei dovrà essere una del Valle con tutti i crismi e Paulina farà tutto quanto in suo potere per garantire il successo della nipote.
In questo senso, riesce nel suo intento, ma attenzione!, abbiamo parlato di successo e non di felicità.
Tra guerre e rivoluzioni che portano la famiglia a spostarsi tra California, Cile ed Europa, Paulina riesce a combinare per Aurora quello che sulla carta sembra un ottimo matrimonio, coronato tra l'altro dall'innamoramento folle della nipote per il bel Diego.
Ma il potere di Paulina non si estende fino al governo dei sentimenti altrui.
Aurora osserva, indaga e racconta. Sembra spesso smarrita in questo mondo, non ha il carattere deciso e fortemente pratico della nonna, è più eterea, avendo forse ereditato la spiritualità del nonno materno. Inizia ad osservare il mondo attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica: con un filtro tra lei e la realtà si sente più a suo agio, vede con più chiarezza e questo la guida nell'azione.
Grazie alle foto che trova negli album di famiglia e a quelle da lei stessa scattate, come passatempo inizialmente, ricostruisce la sua vita e risale alle sue origini così accuratamente taciute da nonna Paulina.
Un romanzo intenso e completo che, ancora una volta, racchiude vita e morte, amore e guerra e che ti tiene incollata alle pagine, nonostante i caratteri fitti e minuscoli delle edizioni economiche Feltrinelli. E qui lancio un appello: cara Feltrinelli, io ti amo, ma fai qualcosa per i miei occhi!

mercoledì 29 marzo 2017

Le quattro casalinghe di Tokyo - Natsuo Kirino

Partiamo dal titolo e dalla copertina. Il titolo orginale è un più che sobrio Out, semplice ed evocativo, tutt'al più misterioso, come si conviene al tenore del libro. Il titolo italiano non so come sia stato tirato fuori, ma non fornisce alcun indizio sul libro che stiamo per leggere, non è bello e a mio parere il termine 'casalinghe' per definire le donne protagoniste del romanzo non è nemmeno corretto, tutte quante infatti lavorano. L'unica possibilità che mi è venuta in mente per giustificare questo titolo è il voler richiamare la serie televisiva Desperate Housewieves, e non mi piace per nulla questa motivazione.
Ora la copertina: su quella italiana una donna giapponese, vestita completamente di nero; su tutte le altre edizioni che ho potuto trovare online, c'è un dettaglio di metà volto di donna, in alcuni casi  con l'immagine di un pugnale sovrapposta.
Ora, qual è la più onesta?
La quarta di copertina parla di denuncia sociale, "descrizione dell'alienazione femminile e della tensione autodistruttiva del Giappone contemporaneo". Bah...
Solo leggendo i risvolti interni si scopre che abbiamo tra le mani un thriller, ma anche qui, nulla fa presagire la crudezza dello stesso, al limite dello splatter sul finire.
In breve, Yaoyoi Yamamoto in un impeto d'ira strangola il marito con la sua cintura, chiede aiuto alla collega Masako Katori per eliminate il cadavere. La soluzione sarà quella di fare a pezzi il cadavere e buttarlo nella spazzatura. Da qui gli eventi precipitano in un turbinare di disgusto, angoscia e violenza.
Dico subito che non sono un'amante del genere e il libro mi è stato regalato. Forse è anche fatto bene per chi si diletta con questo tipo di letteratura. Per quanto mi riguarda, è troppo, troppo tutto. Troppo lungo, troppo cruento, troppo assurdo, troppi errori! Va bene che sono 652 pagine, ma una bella rilettura prima di mandarlo in stampa avrebbe aiutato... ci sono moltissime persone disposte a fare questo lavoro, io per prima.
Ammetto che i personaggi principali sono tratteggiati proprio bene, minuziosamente, li possiamo vedere, sentire e capire. In questo l'autrice si dimostra molto abile ed ammiro questa capacità. Ma avrei preferito vederli impiegati in un altro contesto. 
Anche questa volta il problema non è il libro, ma il lettore, cioè io. Non è il mio libro. Per chi ama il thriller, il morboso e l'angoscia, invece, è altamente consigliato.
Questo è il quarto libro cupo che leggo di fila, ora ho voglia di volgermi verso lidi più sereni.

lunedì 20 marzo 2017

Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali - Ransom Riggs

Questo è un libro che ho comprato per la copertina, o per essere più precisi, non proprio per la copertina, ma per la sua veste grafica.
Mi intrigavano quelle pagine con motivo di tappezzeria antica e lussuosa, la carta avoriata e le vecchie fotografie. E poi il titolo mi ha tratto in inganno. Pensavo a "ragazzi speciali" nel senso di non neurotipici, probabilmente suggestionata nel mio pensiero dal modo con cui qui vengono indicati i bambini con particolari bisogni all'interno della scuola, "special needs", appunto.
Certo sono stata molto ingenua e la sovraccoperta che reclamizzava il film di Tim Burton avrebbe dovuto mettermi sul chi va là.
Anche l'incipit non era male, con il ricordo del nonno e quell'andatura in stile "Amarcord".
Tant'è... quando mi sono trovata davanti il primo mostro, ci sono rimasta malissimo. 
Avrei voluto lasciar stare, cambiare libro, ma alla fine la curiosità morbosa ha avuto la meglio e l'ho letto tutto. In fretta, per finire prima e non perdere troppo tempo.
Che dire, non che sia brutto, se vi piace il genere, ma non è proprio il mio libro. Mostri, magia, soprannaturale, linguaggio adolescenziale... 
Però se insegnassi ancora alle medie lo proporrei come lettura ai ragazzi. Mi ricordo che in tanti erano attratti dal genere horror, tanto che ne avevo fatto anche delle lezioni.
Amiche prof. a voi la scelta. Io lo ripongo nella mia biblioteca: seconda fila. Sono sicura che non sentirò la necessità di rileggerlo.

lunedì 13 marzo 2017

The tiger who came to tea - Judith Kerr

 Nel nostro percorso alla riscoperta dei classici inglesi e americani della letteratura per l'infanzia, oggi ci spostiamo e andiamo in Inghilterra dove incontriamo Sophie e sua mamma sedute placidamente a prendere il tè, come da buona tradizione inglese. Sembra un normale pomeriggio, ma ad un certo punto suonano alla porta: una visita inaspettata e quanto meno bizzarra, ma non dimenticate che siamo in Inghilterra e una tazza di tè non si rifiuta a nessuno, nemmeno a una tigre.
Un'enorme tigre chiede di essere invitata per il tè perchè è molto affamata e, detto fatto, la ritroviamo seduta al tavolo della cucina insieme a Sophie e alla mamma che, da brave inglesi, non fanno una piega né vedendo la tigre né assitendo al suo lauto banchetto. Per farla breve, la tigre spazzola via non solo tutto quanto preparato per il tè, ma tutto quello che riesce a trovare in cucina, compresa la cena del papà e persino tutta l'acqua del rubinetto, tanto che Sophie non potrà fare il suo bagnetto.
Solo quando la tigre prende congedo dalla famigliola, la mamma sembra preoccuparsi per lo stato in cui ha lasciato la cucina e per il papà che rimarrà senza cena. Ma anche il papà deve essere inglese perché al racconto di mamma e figlia, reagisce semplicemente con un:

"I know what we'll do. I've got a very good idea. We'll put on our coats and go to a café."

Perfetto self-control.

Ho letto un po' di critiche e recensioni qua e là per capire come era stato accolto il libro e ho scoperto che c'è chi nella tigre ha voluto vedere personificato il passato dell'autrice, scampata alla follia nazista, anche se l'autrice non ha mai appoggiato questa lettura, dichiarando che la tigre non rappresenta nulla più che se stessa. C'è poi chi ha voluto fare della critica sociale/femminista perché mamma e bimba sono chiuse in casa ed è solo il papà che prende una decisione e risolve la situazione, perché la mamma è una casalinga dedita alla cura di casa e famiglia ed è pure più bassa di statura rispetto al papà (!)
Ma se guardiamo le illustrazioni, dove vediamo Sophie coccolare e sorridere alla tigre, la prima ipotesi cade subito.
E per la seconda, io dico che quando si vogliono fare delle dietrologie, il materiale lo si trova sempre.
 
A me piace vederci una semplice storia, scritta per divertire i bambini. In una situazione tradizionale, normale, quasi banale, viene introdotto un elemento straordinario, che sovverte l'ordine costituito, manda all'aria le regole. Sembra un gioco di fantasia di una bambina, un sogno ad occhi aperti, un "giochiamo a fare finta". Trovo bello che ne rimanga coinvolta anche la mamma, come a sottolineare l'intesa con la figlioletta, la condivisione del suo gioco, del suo mondo immaginario.
I disegni sono piatti, molto colorati, semplici, le proporzioni interessanti.
La storia mi ha ricordato un po' quelle di Beatrix Potter (di cui parlermo presto... e non vedo l'ora!) per quel modo naturale di raccontare il mondo immaginario.
Devo ammettere che personalmente questo albo non è tra i miei preferiti, ma riesco a capire il perché della sua fortuna.





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